Autoriciclaggio: anche il risparmio può essere sanzionato

Autoriciclaggio: anche il risparmio può essere sanzionato

Il delitto di autoriciclaggio, che trova fondamento normativo nell’art. 648.ter 1 c.p., è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge 15 dicembre 2014, n. 186, dal suo art.3, il quale ha altresì inserito tale figura delittuosa all’interno dell’art. 25-octies del d.lgs. n. 231 del 2001, riconducendola al novero dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti da reato.



Sotto il profilo oggettivo, tale disposizione sanziona la condotta di colui il quale, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative dei proventi delittuosi, ostacolandone in concreto l’identificazione della provenienza illecita.
Da un punto di vista soggettivo, l’illecito in questione è punibile a titolo di dolo, essendo richiesta la consapevolezza dell’autore del reato della provenienza delittuosa dei beni, e la volontà di ostacolarne l’identificazione mediante un investimento a carattere economico-speculativo.

La pronuncia dei Supremi Giudici:
In tal senso si può dire che per la configurabilità del reato di autoriciclaggio, il provento del reato presupposto può consistere non soltanto in un incremento del patrimonio ma anche in un risparmio di imposte dovute in quanto, comunque, il patrimonio del contribuente ne riceve un vantaggio economicamente apprezzabile e vantaggioso.
A ciò si è pronunciata la Corte di Cassazione nella sentenza n. 14101 depositata il 1 aprile 2019. In particolare, il centro della questione non consiste tanto nello stabilire cosa si debba intendere in diritto per «ambito oggettivo di applicazione della procedura di collaborazione volontaria», quanto se, in punto di fatto, una situazione formale costituita da un intreccio di società, al fine di evadere il fisco.
La Suprema Corte ricorda che la collaborazione volontaria, o voluntary disclosure, introdotta con la legge n. 186/2014, si configura quale procedura con la quale il contribuente, mediante il meccanismo dell’autodenuncia, dichiara all’Amministrazione finanziaria «attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute fuori dal territorio dello Stato».



Essa chiarisce che nel caso in cui la dichiarazione sia infedele, l’Agenzia delle entrate esercita un potere per così dire «travolgente» (ex tunc) dei benefici mediante l’esercizio del proprio potere di accertamento, con l’effetto (di recupero) a monte.
Sempre i Supremi Giudici chiariscono anche che per la configurabilità del reato di autoriciclaggio è necessario che dal reato presupposto derivi «a cascata», come effetto diretto della condotta criminosa, un vantaggio patrimoniale, economicamente apprezzabile ed idoneo, quindi, a essere «riciclato» per evitare che sia riconducibile al reato presupposto. (Dott. Claudio Valerio Larizza)

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